Atelier Montez –  la mostra di Akira Zakamoto

Luca Motolese, in arte Akira Zakamoto, nasce a Torino nel 1974 e lì frequenta l’IPS Albe Steiner, a seguire l’Université Stendhal di Grenoble e il Dams di nuovo a Torino. Per diversi anni lavora come art director e regista, prestando i suoi lavori alla pubblicità e al cinema.
Nel 2007 fonda Bottega Indaco con Ciro Palumbo e Arte Indaco nel 2008.
Oggi vive e lavora fra Torino e Milano ed ha esposto presso gallerie e musei nelle maggiori città.

LA MOSTRA – “Ho creato il personaggio Akira Zakamoto dieci anni fa, sulle rive di un lago montano vicino Biella. Ero in un periodo decisamente confuso della mia esistenza e pensai fosse cosa saggia cambiare nome e lasciarmi alle spalle la mia parte oscura. Gli donai il nome del mio regista preferito e divisi il cognome tra il protagonista del mio videogioco preferito e la prima parte del mio cognome terrestre. Gli scrissi una biografia verosimile che parlava di rapimenti ufo e profezie, molti la credettero vera confermandomi che per persuadere sono sufficienti un paio di media. In fine gli feci giurare di dipingere per tutta la vita il futuro del genere umano, i bambini.” Con queste parole Akira Zakamoto racconta la nascita del suo alter ego artistico e l’approdo al mestiere dell’arte. Il surreale e il fantastico rimarranno componenti essenziali della sua estetica, mescolati ad immagini di adolescenziale memoria, nel dar forma a storie di eroi, che sono spesso surreali metafore della vita.
Appassionato di manga sin da ragazzino, Zakamoto deve molto alla cultura giapponese.
In queste tele rivivono Gundam, Actarus, Devilman e Goldrake. Guerrieri ed eroi, eletti a giustizieri supremi nella pittura di immagini tutt’altro che sentimentali, quanto più evocative e significative.
Sono immagini che trasmettono messaggi inequivocabili, spesso ironici, talvolta surreali, attraverso un linguaggio universale che si appella ai ricordi dei cartoni animati, ancora oggi presenti nella memoria di chi guarda.
Nella raffigurazione del guerriero-eroe, subisce il fascino delle fasi eroiche delle dittature. Osservando “Cold war” e “Jeeg”, infatti, non si può fare a meno di pensare ai manifesti di propaganda nazista, alla solennità delle pose ritrattistiche di Mao Tse-tung (“In gold we trust”), o alla celeberrima chiamata alle armi dello Zio Sam rivolta ai giovani americani.
Il pop-politico di Zakamoto indaga il rapporto tra messaggio e oggetto in dipinti che sembrano réclame pubblicitarie. La mistificazione del quotidiano si rivolta nella condanna dei valori economici, della stessa cultura pop e delle sue menzogne (sopra tutti “Actarus7up” e “Putsch” che distrugge un verosimile Palazzo Montecitorio), come se l’artista fosse mosso dal dovere di raccontare il suo tempo, senza riuscire a tenere a freno l’aspra critica alla contemporaneità.

VAI ALLA PRODUZIONE PROGETTO 100%